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Breve scheda sulla solitudine patologica - maligna



La scheda che presentiamo è un quadro sintetico della solitudine, in particolare del suo aspetto maligno. Riserviamo l’etichetta di solitudine "maligna (o cattiva)" a quella che abbiamo deciso di definire patologica, infatti quando questo tipo di solitudine è conclamata, l’individuo passa lunghissimi periodi privo di qualsiasi relazione, subisce la deprivazione della fondamentale relazione interpersonale ravvicinata, vive in assenza dell'esperienza dell'amicizia, del godimento benefico derivante dall’appartenenza a un gruppo; questi fattori sono da considerasi come sintomi che vanno ad aggravare e, talvolta, a cronicizzare il malessere. La mancanza di rapporti interpersonali empatici spesso genera pessimismo, che si traduce nella sensazione di non vedere una via d'uscita, nel sentimento rabbioso di essere precipitati in un mondo ingiusto; le micro auto-spiegazioni inducono a pensare che si è stati derubati di qualcosa d'importante, offrono sostegno e ospitalità alle "particelle" di odio, di invidia, di gelosia che, come una nube di insetti, gironzolano perennemente attorno all’individuo. La presenza di tali fattori spinge il soggetto all'assunzione di un comportamento poco tollerante e di difficile simpatia; egli diventa bisognoso di personali rituali ossessivi, spesso si trova a subire la sgradevole presenza, o l’amicizia, di una unica persona - amico/a, madre, sorella, fratello, fidanzato - che non può allontanare pena la solitudine più tetra. E’ attaccato a piccole abitudini, diffidente più del necessario. Ciò è motivo del precipizio nel baratro della solitudine e, nei casi più gravi, della depressione. Una persona che si trovi a vivere, o meglio a sopravvivere, lungo il cammino che abbiamo descritto, possiamo affermare sia nata “senza camicia", la sua solarità gli è venuta a mancare, si è trasformata in lunaticità.
Il soggetto affetto da solitudine maligna è una persona capace di vivere una condizione di vita normale, apparentemente normale; in molti casi riesce a non farsi inglobare in uno dei quadri psicopatologici elencati nel “DSM IV”, la sua condizione invalidante emerge più facilmente nel gruppo e nella storia familiare, nella progenia.
Non basta avere occasioni di fare nuove amicizie e nuove conoscenze, non basta incontrare altra gente sola come noi, per poter uscire dalla solitudine maligna; le persone incappate in questo tipo di solitudine pensano che gli altri “fanno schifo” oppure che sono loro stesse a “far schifo” agli altri. La solitudine maligna non corrisponde a un caso di depressione, anche se in parte la contiene; sovente è sofferta perfino da persone che conducono uno stile di vita autosufficiente, che riescono ad avere un'attività lavorativa, ad amministrare una casa, a coltivare alcuni interessi nel campo della cultura, dell'arte, della religione, del volontariato. Questo tipo di solitudine può attanagliare perfino le persone che hanno una regolare vita di coppia e familiare, ma dove la comunicazione è morta.
La solitudine maligna è veramente cattiva e, se non si cerca di curarla in tempo, può diventare anche contagiosa.


© Vittorio Mendicino, 2008