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Articolo sulla solitudine e sui single


La solitudine è una condizione di mancanza e/o di malessere; la prima esperienza fondante della solitudine risale al periodo della primissima infanzia - quando la madre depone il bambino che teneva in braccio nella culla per andare magari a bere un bicchiere d’acqua, il bimbo perde l’abbraccio materno, ed ecco, qui viene sperimentata la prima perdita, la prima percezione della “solitudine”. 
In questo elaborato proponiamo l’idea che l’uomo non nasca solo, egli nasce con la madre e, potenzialmente, con la sua famiglia; anzi, dapprima madre e figlio nascono legati l’uno all’altra, legati attraverso il cordone ombelicale prima, il capezzolo, l’abbraccio, la relazione affettiva poi. Questo primo legame madre-figlio funziona come una prima cellula destinata a crescere e ad evolvere fino a includere via via il padre, i fratelli, le sorelle, i nonni, per andare a creare il proprio tessuto sociale, la propria famiglia che, se non trova impedimenti, diventa il proprio ambìto “capolavoro”. Da grandi poi si sviluppa una tendenza a realizzare una vita di relazione e sociale a somiglianza, e in conseguenza, delle dinamiche del gruppo familiare in cui si è nati e cresciuti; senza troppi preamboli, riteniamo che gli strumenti per creare una vita familiare, sociale e affettiva adeguata possano essere disponibili soltanto se si proviene da una famiglia adeguata o, per dirla alla Winnicott, “sufficientemente buona”. 
Ognuno di noi tende a voler vivere una vita sociale appagante e costruttiva, fatta di “fratelli e sorelle”, amici e colleghi. 


Ma che cos’è veramente la solitudine?


Immaginiamo un cinema con un’unica, grande sala, come quelli di una volta, e noi seduti in mezzo alla sala, con tutti gli altri posti vuoti. Dove sono gli altri? Non sono venuti? Sono andati tutti via? In ogni caso, noi ci troviamo esclusi dal “banchetto”, ci sentiamo derubati della nostra compagnia, “lasciati soli”. Questa è la solitudine. 
Gli altri hanno gli amici, la fidanzata, la moglie, la famiglia; ma dove sono i nostri amici? Dov’è la nostra fidanzata? Chi ce li ha sottratti, derubati o nascosti? Questi pensieri, derivanti dalla sperimentazione di una condizione di esclusione, di una “coazione” della solitudine, sono da considerarsi come una sofferenza causata dalla sottrazione di ciò che ci apparterrebbe “per legge divina” poiché, come ognuno di noi ha diritto ad avere un naso, una bocca, degli occhi funzionanti, così ha diritto ad avere anche una mamma, degli amici o una fidanzata. 
La solitudine non sempre è un fatto negativo, la sua totale mancanza può addirittura considerarsi un fatto insano. Suddividiamo allora la solitudine in due tipi: una solitudine che chiamiamo “maligna”, in cui l’uomo si sente abbandonato a un’esistenza senza punti di riferimento per la vita, “deprivato” di quegli strumenti indispensabili per la tessitura delle relazioni umane, e quella che chiameremo “benigna”, che costituisce l'humus per la nascita del pensiero creativo, per l'intuizione scientifica, per la capitalizzazione dell'esperienza umana; queste creative attitudini, quando siamo soli, riescono meglio ad emergere e a fruttificare, d'altronde possiamo ben vedere come i grandi artisti e scienziati dispongano sempre di una prima e di una seconda casa mentale: quella della solitudine. Infatti esiste la solitudine del poeta che attende “cova” l’ispirazione creativa (Morpurgo,1995)
Questa solitudine benigna dovrebbe avere spazio anche in una sana vita di coppia, poiché favorisce momenti di riflessione, di elaborazione personale del vissuto, da ricondurre poi, e magari condividere, all'interno della stessa coppia. 
Quella dei single, secondo noi, è un tipo di solitudine che si può far risalire a insufficiente capacità d'attaccamento (Bowlby). I single, in preda al loro senso di inadeguatezza, per non incorrere in sofferenze aggiuntive, si ritirano dal teatro della competizione, si rifugiano nella sottomissione, nella loro tana che coincide con la condizione di single; il rifugio della solitudine è meno angosciante della sconfitta temuta nel campo della competizione. L’Associazione Per Socializzare (APS), che si interessa da molti anni di single, di solitudine, di socializzazione, si è vista impegnata per lo più a trattare con persone aventi un tipo di solitudine che si colloca ai margini della solitudine normale; spesso viene vissuta dai frequentatori dell’APS come una solitudine immeritata, come frutto d’ingiustizia. La cura per questi tipi di single può arrivare attraverso benefiche esperienze interpersonali "corpose": nuovi incontri, contatti e conoscenze di altre persone single, purché questi rapporti, attraverso la frequentazione e lo scambio emotivo, evolvano in relazioni non superficiali ma profonde.
© Vittorio Mendicino (2008)


Bibliografia:
E. ed E. Morpurgo, “La Solitudine”, Ed. Franco Angeli, 1995;
D. Winnicott, “La capacità di stare soli” (1957), in “Sviluppo affettivo e ambiente”, Ed.Armando, Roma, 1974; 
Klein Melanie, “Sul Senso di Solitudine”, in “Il nostro mondo adulto ed altri saggi”, Martinelli, Firenze, 1972;
S. Freud, “Lutto e melanconia (1917), in “Opere”, Vol. VIII, ed. Boringhieri, Torino, 1976;
H. Kohut (1978), in “La ricerca del sé”, Boringhieri, 1982;
J. M. Quindoz (1991), in “Lo solitudine addomesticata”, Borla, Roma, 1992;
Francoise Dolto, "Solitudine felice", Mondadori editore, 1996; 
Carl R. Rogers, "I gruppi di incontro", Casa editrice Astrolabio, 1976; 
Paolo Crepet, "Solitudini - Memorie di assenze", Feltrinelli editore, 1997; 
Anthony Storr, “Solitudine: il ritorno a se stessi”, Mondadori, Milano, 1989.


© Vittorio Mendicino, 2008

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